Hai presente quella tua amica che ha perso il lavoro durante la pandemia e invece di sprofondare nel panico ha tirato fuori un progetto che covava da anni? O quel collega che dopo una separazione devastante è tornato più in forma di prima, con una vita sociale che fa invidia? Beh, non sono alieni e nemmeno hanno vinto alla lotteria genetica della fortuna. La psicologia ha identificato con precisione cosa li rende diversi, e soprattutto ha scoperto che questa caratteristica non è innata: puoi coltivarla anche tu, partendo da oggi.
Quello che stai per leggere potrebbe cambiarti la prospettiva su come affronti le difficoltà della vita. E fidati, ne vale la pena.
La resilienza non è questione di DNA ma di un tratto specifico che puoi allenare
Partiamo smontando un mito che ha fatto danni: la resilienza non significa “non soffrire mai” o “essere duri come la roccia”. Quella visione da film d’azione ha solo fatto sentire inadeguate milioni di persone che attraversavano momenti difficili. La vera resilienza è molto più interessante e, soprattutto, molto più umana.
Secondo l’American Psychological Association, la resilienza è la capacità di riprendersi dalle minacce al proprio benessere fisico o psicologico. Non si tratta di non cadere, ma di sapersi rialzare con le ginocchia sbucciate e continuare a camminare. E qui viene il bello: gli psicologi hanno scoperto che chi ci riesce meglio condivide un tratto di personalità specifico, studiato e validato da decenni di ricerca.
Questo tratto si chiama hardiness, che in italiano suona come “robustezza psicologica”. Fu la psicologa Suzanne Kobasa a teorizzarlo per prima nel 1979, e da allora è diventato uno dei predittori più affidabili di come una persona reagirà davanti alle mazzate della vita. Non stiamo parlando di una teoria new age o di un concetto fumoso: esistono persino scale di misurazione validate scientificamente, come la Dispositional Resilience Scale sviluppata da Paul Bartone nel 1989, che permettono di quantificare questo tratto.
Cos’è esattamente questa hardiness e perché ne hai bisogno
Ok, ma cosa significa in pratica avere hardiness? Te lo spiego con un’immagine: pensa a un triangolo equilatero. Ogni lato è fondamentale perché la struttura stia in piedi, e se ne manca uno crolla tutto. Ecco, l’hardiness funziona esattamente così: è composta da tre elementi che lavorano insieme e che sono stati validati da montagne di studi psicologici.
Primo lato: commitment, l’arte di restare coinvolti
Il commitment è quella capacità di rimanere profondamente coinvolti nella propria vita anche quando tutto sembra andare a rotoli. Non è quella positività tossica che ti obbliga a sorridere mentre affoghi, ma un coinvolgimento autentico con ciò che ti accade.
Le persone con alto commitment vedono se stesse come protagoniste della propria storia, non come comparse in un film scritto da qualcun altro. Quando qualcosa va storto al lavoro, non pensano “ecco, capita sempre a me”, ma piuttosto “ok, questa è la situazione, come posso muovermi?”. È quella sensazione di avere ancora le mani sul volante, anche quando la strada si fa tutta curve.
Secondo gli studi sul modello di Kobasa e del suo collega Salvatore Maddi, questa caratteristica ti protegge dallo stress cronico perché mantieni vivo il senso di significato in quello che fai. Quando le tue azioni hanno un senso per te, resisti meglio alle tempeste.
Secondo lato: control, ma non quello ossessivo
Attenzione, perché qui molti si confondono. Il controllo nell’hardiness non significa voler controllare ogni singolo dettaglio della vita in modo maniacale. Quello è un altro problema e, spoiler, porta solo ansia. Il controllo di cui parliamo è avere un locus of control interno, cioè credere di poter influenzare almeno alcuni aspetti degli eventi che ti capitano.
È la differenza tra pensare “sono totalmente in balia del destino” e “ok, non controllo cosa succede, ma posso controllare come reagisco”. Gli studi di Kobasa, Maddi e Kahn del 1982 hanno dimostrato che questa percezione di agency, anche se parziale, riduce drasticamente l’impatto negativo dello stress.
Le persone con alta hardiness fanno una cosa intelligentissima: distinguono cosa possono cambiare da cosa non possono. E invece di sprecare energia a rimuginare su ciò che sfugge al loro controllo, investono quella stessa energia su ciò che possono effettivamente modificare. Sembra banale, ma è rivoluzionario quando lo applichi davvero.
Terzo lato: challenge, vedere opportunità dove altri vedono disastri
Ecco la componente che fa davvero la differenza: le persone resilienti vedono i cambiamenti e le difficoltà come opportunità di crescita, non come minacce da cui scappare. E no, non è una frase motivazionale da cioccolatino, è un pattern cognitivo reale e misurabile.
Gli studi hanno scoperto qualcosa di affascinante: di fronte allo stesso identico evento stressante, chi ha alta hardiness attiva schemi mentali completamente diversi. Invece di catastrofizzare con pensieri tipo “è la fine, non ce la farò mai”, tende a pensare “è dura, ma cosa posso imparare?”. Ricerche come quelle di Tedeschi e Calhoun del 2004 sulla crescita post-traumatica hanno evidenziato come questo approccio trasformi letteralmente le esperienze negative in apprendimento.
Non significa essere felici quando ti capita qualcosa di brutto, ma avere la capacità di chiederti, anche dopo, “ok, ora che è successo, cosa mi porto a casa da questa esperienza?”. È la differenza tra uscire da una crisi identico a prima e uscirne trasformato.
Ma si può davvero sviluppare o sei fregato dalla genetica
Domanda da un milione di euro: si nasce con l’hardiness o si può imparare? La risposta, supportata dalla ricerca, è inequivocabile e bellissima: l’hardiness non è innata, ma si può allenare. È come un muscolo: più la usi, più si rafforza.
Certo, ci sono fattori temperamentali che possono aiutare, ma la plasticità cerebrale e i meccanismi di apprendimento cognitivo permettono a chiunque di sviluppare questi tratti. Salvatore Maddi, che ha dedicato la vita allo studio dell’hardiness, ha pubblicato nel 2007 evidenze di programmi di training che aumentano significativamente i punteggi di hardiness e la resistenza allo stress.
Gli studi di Jack e Jeanne Block degli anni Settanta, pubblicati nel 1980, hanno introdotto il concetto di egoresilienza, caratterizzata da risorse personali e capacità di adattamento che si sviluppano attraverso le interazioni con l’ambiente. Hanno dimostrato che caratteristiche come l’indipendenza emotiva e la flessibilità cognitiva possono essere potenziate con interventi mirati. Non stiamo parlando di magia o pensiero positivo forzato, ma di tecniche concrete basate sull’evidenza scientifica.
Gli altri ingredienti della resilienza perché l’hardiness non basta da sola
L’hardiness è il tratto centrale, quello più studiato e misurabile, ma la ricerca ha identificato altri elementi che completano il quadro. Pensala come una ricetta: l’hardiness è l’ingrediente principale, ma ci sono spezie che rendono tutto più efficace.
Ottimismo realistico non quello idiota del “andrà tutto bene sempre”, ma la capacità di mantenere aspettative positive basate su valutazioni concrete. Charles Carver e i suoi colleghi hanno dimostrato nel 1989 che questo tipo di ottimismo protegge dalla depressione promuovendo strategie di coping adattive. È la differenza tra illudersi e sperare con cognizione di causa.
Autoefficacia è il concetto studiato da Albert Bandura, quella convinzione di possedere le capacità per raggiungere obiettivi specifici. Più affronti sfide e ne esci, anche arrangiandoti, più questa convinzione si rafforza in un circolo virtuoso. È centrale per la resilienza perché ti permette di persistere quando le cose si fanno difficili.
Capacità di problem-solving le persone resilienti hanno sviluppato una cassetta degli attrezzi mentale per affrontare problemi. Non vanno nel panico alla prima difficoltà perché hanno già un processo rodato: analizzare, generare opzioni, scegliere, agire, valutare. Ellen Skinner e colleghi hanno documentato nel 2003 come queste abilità predicano risultati resilienti.
Rete di supporto sociale nessuno è resiliente da solo, e chi crede il contrario vive in un film. Chi supera meglio le crisi sa chiedere aiuto e ha coltivato relazioni significative su cui contare nei momenti bui. Gli studi di Cohen e Wills del 1985 hanno dimostrato che il supporto sociale potenzia le risorse di coping in modo determinante.
Come allenare l’hardiness nella vita di tutti i giorni
Bene, teoria chiara. Ma come si traduce tutto questo nella vita reale? Come inizi a sviluppare questo tratto se ti accorgi di non averlo ancora?
Prima di tutto, fai un check onesto: di fronte all’ultima grossa difficoltà che hai affrontato, come hai reagito? Ti sei sentito completamente impotente o hai cercato margini d’azione? Hai visto solo il disastro o anche possibili porte che si aprivano? Ti sei ritirato o sei rimasto coinvolto?
Se le risposte pendono verso il primo scenario, respira. L’hardiness si allena. Ecco strategie concrete basate sulla ricerca:
- Pratica il reframing cognitivo: quando affronti un problema, allenati a chiederti “cosa posso imparare?” o “quali opportunità nasconde questa situazione?”. All’inizio sembrerà forzato, col tempo diventa automatico. Norman Garmezy, pioniere degli studi sulla resilienza, ha dimostrato nel 1991 che il training di rivalutazione cognitiva potenzia l’hardiness.
- Espandi gradualmente la comfort zone: le persone resilienti escono regolarmente dalla zona di comfort. Non serve lanciarsi con il paracadute: bastano piccole cose che ti spaventano leggermente. Ann Masten, nel suo studio del 2001 sulla “magia ordinaria” della resilienza, ha evidenziato come le esperienze di padronanza graduale costruiscano resistenza attraverso successi incrementali.
- Identifica le zone di controllo: in ogni situazione difficile, fai una lista: cosa posso controllare? Cosa no? Poi investi energia solo sulla prima colonna. Sembra banale, ma è uno dei pilastri della hardiness secondo il Personal Views Survey di Maddi del 1997.
- Collega azioni e valori: trova connessioni tra le tue azioni quotidiane e valori profondi. Quando quello che fai ha senso per te, il commitment si rafforza anche nelle difficoltà. Kobasa nel 1982 ha dimostrato che il commitment cresce legando le attività a uno scopo personale.
Quando anche l’hardiness non basta e non è un problema
Un’ultima cosa fondamentale: sviluppare hardiness non è una soluzione magica a ogni problema. La ricerca seria non lo sostiene, e sarebbe disonesto fartelo credere.
Ci sono situazioni così traumatiche, perdite così profonde, difficoltà così estreme che nessun livello di hardiness le rende gestibili senza aiuto professionale. E va benissimo così. George Bonanno, nel suo studio del 2004 sulla resilienza, ha chiarito che la capacità di prosperare dopo eventi avversi non esclude la necessità di interventi professionali nei traumi severi.
La resilienza è un processo dinamico, non un tratto fisso. Puoi essere resiliente sul lavoro e vulnerabile nelle relazioni. Puoi attraversare periodi di grande forza e momenti di fragilità. È tutto parte dell’esperienza umana, e chiedere aiuto a uno psicologo non è debolezza ma intelligenza.
Quello che cambia davvero
Sapere che esiste un pattern identificabile nelle persone che affrontano meglio le difficoltà ti dà una mappa. Non una formula magica, ma una direzione chiara basata su decenni di studi validati.
L’hardiness, con le sue tre componenti di commitment, controllo e sfida, rappresenta il tratto più studiato e misurabile tra quelli legati alla resilienza. Non è l’unico fattore, ma è sicuramente uno dei più potenti e supportati dalla ricerca scientifica.
La prossima volta che ti trovi davanti a una difficoltà seria, prova a ricordare questo triangolo. Chiediti: come posso rimanere coinvolto invece di ritrarmi? Quali aspetti posso influenzare, anche minimamente? Come potrebbe questa sfida farmi crescere?
Non aspettarti trasformazioni istantanee. Ma col tempo, con pratica e pazienza, quegli schemi mentali che sembravano appartenere solo ad altri inizieranno a diventare tuoi. Perché la resilienza non è un dono genetico: è un’abilità che si costruisce, una scelta alla volta, una difficoltà dopo l’altra.
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