Tuo figlio adolescente non crede in se stesso: smetti di dirgli questa frase che pensi sia d’aiuto

Se hai un figlio adolescente che fatica a credere in se stesso, probabilmente ti sei già trovato mille volte a chiederti se stai facendo la cosa giusta. Da un lato vorresti spingerlo a fare meglio, dall’altro temi di caricarlo di troppe aspettative. E mentre cerchi il giusto equilibrio, ti rendi conto che ogni parola può pesare come un macigno o scivolare via senza lasciare traccia. L’adolescenza è quel momento della vita in cui tutto sembra amplificato: un voto basso diventa un dramma esistenziale, uno sguardo storto a scuola può rovinare un’intera giornata. E tu, da genitore, ti senti spesso in bilico tra il desiderio di proteggerlo e quello di lasciarlo sbagliare per imparare.

Quelle frasi che diciamo senza pensarci

Ti è mai capitato di dire cose come “Ma dai, non è difficile” oppure “Guarda tua cugina, lei sì che si impegna”? Ecco, sono proprio queste osservazioni apparentemente innocue che possono fare più danni di quanto immagini. Non perché tu sia un cattivo genitore, ma perché nascono dalla tua ansia più che da una reale intenzione educativa. Quando tuo figlio ti sente parlare così, il suo cervello non registra il tuo tentativo di motivarlo, ma solo la conferma di non essere abbastanza bravo.

Il punto è che gli adolescenti hanno una sensibilità particolare verso i giudizi, soprattutto quelli che arrivano da te. Il loro cervello sta attraversando una fase di sviluppo in cui l’approvazione sociale conta più di qualsiasi altra cosa, e il rifiuto viene percepito con un’intensità quasi fisica. Non a caso, tre quarti dei problemi di salute mentale insorge entro i 24 anni, con i primi segnali di ansia che compaiono spesso intorno ai tredici o quattordici anni. Quindi quella battuta che a te sembra un semplice stimolo, per lui può diventare la prova definitiva di essere un fallimento.

Quando fare troppo significa aiutare troppo poco

All’opposto, c’è chi reagisce alla fragilità del figlio costruendogli intorno una sorta di fortino. Fai i compiti con lui fino a notte fonda, chiami i professori per ogni interrogazione andata male, intervieni nei litigi con gli amici ancora prima che lui ti chieda aiuto. Insomma, cerchi di risparmiargli ogni frustrazione possibile. Il problema è che questa iperprotezione, per quanto guidata dall’amore, gli sta comunicando qualcosa di molto diverso da quello che vorresti: gli stai dicendo che non credi nelle sue capacità di cavarsela da solo.

Paradossalmente, mentre pensi di salvaguardare la sua autostima evitandogli le difficoltà, gli stai togliendo proprio quelle esperienze che potrebbero rafforzarlo. Perché l’autostima non si costruisce sentendosi dire quanto si è bravi, ma scoprendo di essere in grado di superare un ostacolo. Anche se ci si è messi più tempo del previsto, anche se la prima volta è andata male.

Riconosci questi comportamenti?

  • Finisci tu la ricerca di storia perché “tanto ormai è tardi”
  • Scrivi messaggi ai suoi compagni di classe per risolvere incomprensioni
  • Decidi tu cosa dovrebbe studiare all’università o quale sport fare
  • Eviti di parlare di argomenti delicati per non turbarlo
  • Trovi sempre una scusa esterna quando le cose vanno male

Le parole che fanno davvero la differenza

Allora come si fa? Il segreto sta nel riconoscere qualcosa di concreto invece di sparare complimenti generici. “Sei bravissimo” non significa nulla per un ragazzo che si sente insicuro. Ma “Ho visto come hai gestito quella discussione difficile con Marco, hai saputo ascoltare il suo punto di vista prima di rispondere” gli sta dicendo che hai notato uno sforzo reale, un comportamento specifico che può ripetere.

Questa tecnica si chiama lode descrittiva e funziona perché collega l’approvazione a qualcosa di tangibile. Non è un generico “essere bravo” che dipende da chissà quale talento innato, ma un’azione concreta che tuo figlio ha scelto di compiere e può scegliere di replicare. Gli stai mostrando che ha delle risorse, non che deve essere perfetto.

Quando dice che tutto fa schifo

Un altro aspetto cruciale riguarda come rispondi alle sue emozioni. Quante volte ti è venuto automatico dire “Ma no, non è così grave” oppure “Dai, vedrai che domani ti passa”? Sono risposte che nascono dal desiderio di consolarlo, ma per lui suonano come “Le tue emozioni sono sbagliate” o “Stai esagerando”. E questo non lo aiuta a sentirsi compreso, anzi.

Validare le emozioni non significa dargli ragione su tutto, ma riconoscere che quello che prova è reale. “Capisco che questa situazione ti abbia fatto male” è completamente diverso da “Non dovresti sentirti così”. Nel primo caso gli stai dicendo che le sue emozioni hanno dignità e senso, nel secondo che dovrebbe reprimerle. Gli adolescenti che si sentono ascoltati sviluppano una capacità molto maggiore di gestire autonomamente i momenti difficili.

Lasciarlo sbagliare senza sparire

Per costruire vera autostima, tuo figlio ha bisogno di sperimentare la propria competenza personale. E questo significa che devi accettare di lasciarlo decidere, anche quando sai che potrebbe sbagliare. Inizia da cose semplici: come gestire la paghetta, come organizzare il tempo per studiare, come pianificare un’uscita con gli amici. Sono scelte a basso rischio che gli permettono di allenarsi.

L’errore più grande è passare dal controllo totale alla libertà assoluta. La delega deve essere graduale e accompagnata. Quando sbaglia, resisti alla tentazione del “te l’avevo detto” e invece aiutalo a riflettere su cosa è successo e cosa potrebbe fare diversamente la prossima volta. È proprio questa esperienza, di poter provare e riprovare con te come base sicura, che costruisce la fiducia in se stesso.

Quale frase hai detto più spesso a tuo figlio adolescente?
Non è difficile dai
Guarda tuo cugino come fa
Sei bravissimo continua così
Capisco che ti abbia ferito
Faccio io più veloce

Quando serve qualcuno di esterno

A volte però la situazione richiede un aiuto specialistico, e non c’è nulla di sbagliato in questo. Se tuo figlio si isola per settimane, se il rendimento scolastico crolla improvvisamente, se lo senti parlare di sé con disprezzo costante o noti comportamenti che ti preoccupano, è il momento di consultare uno psicologo dell’età evolutiva. Non significa che hai fallito come genitore, ma che stai prendendo sul serio il suo benessere.

I numeri parlano chiaro: in Italia oltre settecentomila giovani under venticinque convivono con problemi di salute mentale, e la maggior parte fatica ad accedere a cure adeguate. Ancora più allarmante è sapere che il suicidio rappresenta oggi la seconda causa di morte nella fascia d’età tra i quindici e i diciannove anni. Intervenire tempestivamente può fare una differenza enorme.

Accompagnare un adolescente verso una solida autostima è un percorso lungo e non sempre lineare. Ci saranno giorni in cui ti sembrerà di fare passi avanti e altri in cui ti sentirai tornato al punto di partenza. Ma ogni volta che scegli di ascoltare davvero invece di giudicare, di lasciarlo provare invece di fare al posto suo, di riconoscere i suoi sforzi invece di pretendere la perfezione, stai costruendo qualcosa di solido. Stai crescendo un giovane adulto che saprà riconoscere il proprio valore, anche nei momenti difficili.

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