Ecco i 7 segnali che indicano che una persona ha un’intelligenza superiore alla media, secondo la psicologia

Quando pensiamo a una persona intelligente, ci viene subito in mente quell’amico secchione che alle superiori risolveva equazioni impossibili mentre noi faticavamo a capire cosa fosse una radice quadrata. Oppure quel collega che parla cinque lingue e legge Proust in originale mentre aspetta il caffè alla macchinetta. Ma la verità è che l’intelligenza è molto più complicata e sfaccettata di così. E la psicologia moderna l’ha capito da tempo, ribaltando completamente il modo in cui valutiamo le capacità cognitive delle persone.

Lo psicologo Daniel Goleman ha pubblicato Emotional Intelligence nel 1995, un libro che ha letteralmente fatto esplodere il mondo accademico. La sua tesi? Che il successo nella vita dipende molto meno dal QI tradizionale e molto più da come gestiamo le emozioni, le relazioni e le situazioni complesse. Da allora, decine di studi hanno confermato questa intuizione: l’intelligenza emotiva predice il successo professionale e personale meglio di qualsiasi test standardizzato.

Esistono comportamenti quotidiani, piccoli gesti, modi di pensare che rivelano una capacità cognitiva superiore alla media. E no, non hanno niente a che vedere con la velocità nel risolvere sudoku o con la capacità di ricordare le capitali di tutti gli stati africani. Stiamo parlando di segnali che probabilmente riconosci in qualcuno che conosci. O magari, perché no, in te stesso.

Quella fame di conoscenza che non si spegne mai

Conosci quella persona che durante una cena con amici improvvisamente chiede: “Ma voi sapete perché il cielo è blu?” e poi passa i successivi venti minuti a cercare di capire davvero la fisica dietro la diffusione della luce? Ecco, quello è il primo segnale.

Gli psicologi la chiamano curiosità epistemica, che è un modo complicato per dire: quella fame insaziabile di capire come funzionano le cose. Uno studio pubblicato su Personality and Individual Differences da von Stumm e colleghi nel 2011 ha dimostrato che le persone con alta curiosità epistemica tendono a ottenere punteggi più elevati nei test di intelligenza generale.

Ma c’è di più. Quando il nostro cervello impara qualcosa di nuovo, rilascia dopamina nel nucleus accumbens, la stessa area che si attiva quando mangiamo cioccolato o ascoltiamo la nostra canzone preferita. È letteralmente piacevole imparare. E le persone con intelligenza superiore sembrano avere questo sistema particolarmente reattivo: per loro, scoprire una nuova informazione è come una piccola scarica di piacere cerebrale.

Attenzione però: non stiamo parlando di chi colleziona informazioni casuali su Wikipedia alle tre di notte mentre non riesce a dormire. La curiosità legata all’intelligenza superiore è quella strutturata, quella che cerca di capire i perché profondi delle cose, non solo il cosa superficiale. È la differenza tra sapere che la fotosintesi esiste e voler capire esattamente come una pianta trasforma la luce in energia chimica.

Cambiare idea senza sentirsi dei perdenti

Qui tocchiamo un tasto dolente. Quante volte abbiamo visto persone arroccarsi su una posizione anche quando tutte le evidenze del mondo dicono il contrario? È una cosa che facciamo tutti, per carità. Il nostro ego non ama ammettere di aver sbagliato.

Ma le persone con intelligenza superiore hanno una caratteristica particolare: la flessibilità cognitiva. Uno studio pubblicato su Science da Duncan e collaboratori nel 2000 ha utilizzato tecniche di neuroimaging per scoprire che, durante compiti che richiedono flessibilità mentale, le persone con alta intelligenza mostrano una maggiore attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale.

Questa è l’area del cervello che ci permette di aggiornare le nostre credenze quando arrivano nuove informazioni. È come un software che si aggiorna automaticamente, solo che richiede una certa apertura mentale che non tutti possiedono. Le persone intelligenti riescono a fare una cosa difficilissima: separare il loro valore personale dalle loro opinioni. Non vedono il cambiare idea come una sconfitta, ma come un’evoluzione.

Collegato a questo c’è il concetto di metacognizione: la capacità di pensare al proprio pensiero. È come avere uno scienziato interno che osserva come ragioni e ti avverte quando stai per cadere in una trappola logica. Una meta-analisi pubblicata su Educational Psychology Review da Veenman e colleghi nel 2004 ha confermato che la metacognizione predice le performance accademiche e professionali oltre l’intelligenza generale.

Quella calma innaturale quando tutto va a rotoli

Hai presente quelle scene dei film in cui l’edificio sta crollando, tutti corrono urlando, e c’è sempre quel personaggio che invece si ferma, respira profondamente e inizia a fare un piano? Ecco, nella vita reale quelle persone esistono davvero. E sono spesso quelle con intelligenza superiore.

Daniel Goleman nelle sue ricerche ha identificato l’autoregolazione emotiva come una delle competenze chiave dell’intelligenza emotiva. Uno studio pubblicato sul Journal of Cognitive Neuroscience da Cisler e colleghi nel 2010 ha scoperto qualcosa di affascinante: sotto stress, le persone con alta intelligenza emotiva mostrano una ridotta attivazione dell’amigdala e una maggiore connettività tra la corteccia prefrontale e l’ippocampo.

Tradotto in parole umane: il loro cervello riesce a elaborare le emozioni senza esserne sopraffatto. È come avere un termostato emotivo che si autoregola, mentre il resto di noi ha solo un interruttore che va da “tutto ok” a “panico totale”.

Questa non è una capacità innata al cento per cento. Goleman stesso ha sempre sottolineato che l’intelligenza emotiva può essere allenata attraverso pratiche come la mindfulness e il training relazionale. Ma le persone con capacità cognitive elevate sembrano avere un vantaggio di partenza in questo senso.

Capire davvero cosa passa per la testa degli altri

Parliamo di empatia, ma non quella superficiale da cartolina di auguri. Stiamo parlando di empatia cognitiva profonda, quella capacità di mettersi nei panni altrui non solo emotivamente, ma anche cognitivamente.

Gli psicologi la chiamano “perspective taking”: riuscire a simulare mentalmente i pensieri e le motivazioni di un’altra persona. Uno studio pubblicato su Neuropsychologia da Shamay-Tsoory e colleghi nel 2009 ha dimostrato che questa abilità attiva il giro frontale inferiore e il solco temporale superiore mediale, con maggiore efficienza nelle persone ad alta intelligenza.

Cosa ti fa pensare 'questa persona è davvero intelligente'?
Cambia idea con facilità
Fa domande profonde
Sa restare calmo nel caos
Ascolta davvero
Nota dettagli che sfuggono

È come giocare a scacchi multidimensionali dove devi anticipare non solo le mosse dell’avversario, ma anche capire perché quelle mosse hanno senso dal suo punto di vista, quali esperienze lo hanno portato lì, quale logica interna sta seguendo. Questa capacità richiede un’enorme flessibilità mentale e la capacità di tenere a mente contemporaneamente più prospettive diverse.

L’ascolto vero, quello che fa la differenza

C’è una differenza enorme tra sentire e ascoltare. Sentire è passivo, è quello che succede quando qualcuno parla mentre tu aspetti solo il tuo turno per dire la tua. Ascoltare è attivo, richiede energia cognitiva, attenzione sostenuta e la capacità di sospendere il proprio dialogo interno.

Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology da Himsel e colleghi nel 2020 ha dimostrato che l’ascolto attivo coinvolge multiple aree cerebrali simultaneamente: quelle del linguaggio, dell’elaborazione emotiva e della memoria di lavoro. È un vero e proprio workout cerebrale, e le persone con intelligenza superiore sembrano essere naturalmente portate per questo tipo di ginnastica mentale.

Quando qualcuno ti ascolta davvero, lo senti. Non sta solo aspettando che tu finisca di parlare. Sta processando quello che dici, facendo collegamenti, ponendo domande che dimostrano che ha capito non solo le tue parole, ma anche le sfumature e le implicazioni dietro quelle parole.

Una sensibilità che coglie quello che gli altri perdono

Parliamo di un segnale che viene spesso frainteso: l’elevata sensibilità percettiva e cognitiva. Le persone con intelligenza superiore spesso notano dettagli che altri perdono completamente: un cambiamento impercettibile nel tono di voce, una contraddizione sottile in un ragionamento, una sfumatura in un’argomentazione che tutti gli altri hanno ignorato. Il loro cervello processa le informazioni a un livello più granulare, come se avessero una risoluzione mentale più alta.

Questa caratteristica è supportata da ricerche sulla discriminazione percettiva e l’elaborazione bottom-up. Uno studio su persone con memoria autobiografica superiore, pubblicato su Neurobiology of Learning and Memory da LePort e colleghi nel 2012, ha mostrato correlazioni con intelligenza generale elevata.

Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia. Lo psicologo polacco Kazimierz Dabrowski ha descritto il fenomeno delle “overexcitabilities” nelle persone con alta intelligenza: un’intensità percettiva e emotiva amplificata che può essere anche fonte di difficoltà. Non è sempre comodo avere un’antenna che capta frequenze che altri nemmeno sanno esistere.

L’arte di adattarsi senza perdere se stessi

L’ultimo segnale è forse il più sottile: l’adattabilità. E no, non stiamo parlando di essere camaleonti senza personalità che cambiano in base a chi hanno davanti. Stiamo parlando della capacità di modificare strategie e comportamenti in base al contesto, mantenendo la propria essenza intatta.

Studi di neuroimaging pubblicati su Nature Reviews Neuroscience da Deary e colleghi nel 2010 hanno dimostrato che l’adattabilità cognitiva correla con una maggiore integrità della materia bianca nel cervello. Queste sono come le autostrade neurali che permettono alle diverse aree cerebrali di comunicare efficacemente tra loro.

Nella pratica quotidiana, questo si traduce nella capacità di essere analitici e concentrati sul lavoro, ma emotivamente presenti e aperti in famiglia. Di essere leader quando la situazione lo richiede, ma collaboratori attenti quando è più appropriato. Di essere determinati sugli obiettivi, ma flessibili sui metodi per raggiungerli.

Cosa significa davvero tutto questo

Prima di tutto, una precisazione fondamentale: questi segnali non sono una diagnosi medica di intelligenza superiore. Non è che se ne hai cinque su sette sei intelligente al 71,4%. L’intelligenza umana è tremendamente complessa, e ridurla a una checklist sarebbe semplicistico e fuorviante.

Questi comportamenti sono piuttosto indicatori, segnali che la ricerca psicologica ha correlato con capacità cognitive elevate. Ma correlazione non significa causalità assoluta, e molte persone possono sviluppare alcuni di questi tratti attraverso l’esperienza e la pratica.

La buona notizia è proprio questa: molte di queste capacità sono sviluppabili. L’intelligenza emotiva, in particolare, non è innata al cento per cento. Goleman stesso ha sempre sottolineato che può essere allenata e migliorata nel tempo. Una meta-analisi pubblicata su American Psychologist da Mayer e colleghi nel 2008 ha confermato che le competenze socio-emotive predicono gli esiti di vita oltre il QI tradizionale.

Il QI ti dice quanto velocemente riesci a risolvere un problema astratto in condizioni controllate. L’intelligenza emotiva e sociale ti dice quanto bene riesci a navigare la complessità caotica della vita reale, dove i problemi non arrivano mai in forma di domanda a scelta multipla e dove le variabili in gioco sono infinite.

Forse leggendo questo articolo hai riconosciuto alcuni di questi tratti in te stesso, o in persone che conosci. Forse hai scoperto che l’intelligenza si nasconde in gesti quotidiani che davi per scontati: in quella curiosità che ti spinge a fare sempre una domanda in più, in quella capacità di rimanere lucido quando tutto intorno a te è caos, in quell’ascolto autentico che offri quando qualcuno ha bisogno di parlare.

L’intelligenza superiore non è confinata ai laboratori universitari o ai test di Mensa. Si manifesta nel modo in cui affronti la vita quotidiana, nel come gestisci te stesso e le tue relazioni, nella profondità con cui comprendi il mondo intorno a te. E questa è una forma di intelligenza molto più affascinante e utile di qualsiasi punteggio numerico stampato su un certificato.

La prossima volta che qualcuno ti fa un milione di domande su come funziona qualcosa, o che rimane calmo mentre tutti gli altri sono in panico, o che cambia idea quando gli mostri nuove prove, forse hai davanti una di quelle persone. E forse, solo forse, quella persona sei proprio tu.

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