Tuo figlio ha vent’anni, è tecnicamente adulto, ma lo vedi sprofondare nel divano con lo smartphone in mano per ore. Oppure lo senti giocare ai videogiochi fino all’alba, saltare i pasti, rinunciare agli amici. Tu vorresti intervenire, ma ti blocchi: ha superato la maggiore età, non puoi più trattarlo come un bambino. Eppure quella che osservi non sembra normalità, ma qualcosa che assomiglia sempre più a una dipendenza vera e propria. Ti senti in trappola, oscillando tra il desiderio di proteggerlo e il timore di essere invadente.
Questa situazione è tremendamente comune e genera conflitti familiari profondi. Da un lato c’è il giovane adulto che rivendica legittimamente la propria autonomia, dall’altro ci sono i genitori che assistono a comportamenti preoccupanti con conseguenze tangibili: esami universitari rimandati, relazioni sociali inesistenti, ritmi sonno-veglia completamente sballati. La domanda che ti tormenta è sempre la stessa: fino a che punto posso intervenire senza essere irrispettoso della sua età adulta?
Distinguere l’uso intenso dalla vera dipendenza
Prima di qualsiasi confronto, devi capire se la tua preoccupazione è realmente fondata o se stai reagendo a un utilizzo semplicemente generazionale della tecnologia. Non tutti i ragazzi che passano ore online hanno un problema. Secondo i criteri diagnostici del DSM-5, si parla di uso problematico quando compaiono almeno cinque indicatori specifici in un anno: ritiro dalle attività che prima piacevano, alterazione del sonno, trascuratezza dell’igiene e degli impegni, reazioni aggressive quando gli suggerisci di staccare, uso della tecnologia come unico modo per gestire le emozioni negative.
Osserva tuo figlio con occhio clinico ma empatico. Mantiene ancora qualche responsabilità? Ha almeno una relazione significativa offline? Riesce a essere flessibile nei suoi comportamenti? Se la risposta è sì, magari stai assistendo a una fase transitoria, per quanto fastidiosa. Se invece tutte le risposte sono negative e noti un impatto funzionale serio sulla sua vita, allora la preoccupazione è legittima.
Perché urlare e imporre regole peggiora tutto
Potresti essere tentato di stabilire regole rigide: niente telefono dopo le undici, massimo due ore di videogiochi al giorno. Dopotutto vive ancora sotto il tuo tetto, magari lo mantieni economicamente. Ma ti dico subito che questo approccio autoritario fallirà miseramente, e la scienza dello sviluppo cerebrale ti spiega perché.
Uno studio pubblicato su Developmental Cognitive Neuroscience ha dimostrato che tra i diciotto e i venticinque anni il cervello reagisce ai tentativi di controllo esterno come a minacce all’identità personale. Quando provi a imporre limiti come facevi quando aveva dodici anni, attivi nel suo cervello meccanismi di resistenza e ribellione. Non è capriccio o mancanza di rispetto: è neurobiologia.
Il paradosso educativo di questa fase è che devi influenzarlo proprio rinunciando al controllo diretto. Questo non significa abbandonarlo al suo destino, ma riposizionare il tuo ruolo: da controllore esterno a consulente interno, da chi impone regole a chi facilita consapevolezza.
Cosa si nasconde dietro quelle ore di schermo
Prima di parlare con tuo figlio, chiediti cosa sta davvero cercando in quel mondo digitale. Dietro l’uso compulsivo della tecnologia si nascondono spesso bisogni psicologici profondi e insoddisfatti. Magari ha ansia sociale e il mondo online gli offre relazioni più controllabili, meno spaventose. Oppure si sente inadeguato rispetto alle aspettative universitarie o lavorative, e nei videogiochi trova successi immediati e misurabili che nella vita reale gli sembrano irraggiungibili.
A volte c’è un vuoto esistenziale, una difficoltà a trovare direzioni significative. Altre volte lo schermo funziona semplicemente come anestetico per emozioni che non sa gestire diversamente. Capire il bisogno sottostante cambia completamente il tipo di conversazione che potrai avere.

Il potere delle domande giuste
Invece di dichiarare “Stai sempre con quel telefono in mano!”, prova un approccio diverso. Siediti accanto a lui in un momento tranquillo e digli: “Ho notato che ultimamente sembri meno entusiasta delle cose che prima ti piacevano. Come ti senti rispetto a questo cambiamento?”. Questa frase non attacca il comportamento, ma invita alla riflessione senza innescare meccanismi difensivi.
Un’altra domanda potente: “Se dovessi immaginare la tua vita tra cinque anni, come vorresti che fosse? Senti che le tue abitudini attuali ti stanno portando in quella direzione?”. Questo tipo di confronto stimola il ragionamento prospettico, lo aiuta a collegare presente e futuro senza che tu debba fare prediche.
Il segreto è usare domande aperte e aspettare davvero la risposta, anche se arriva dopo un silenzio imbarazzante. L’ascolto genuino è più potente di mille regole imposte.
Negoziare quando c’è dipendenza economica
Se tuo figlio vive in casa tua e dipende economicamente da te, hai diritto a stabilire aspettative reciproche. Ma va fatto con trasparenza e rispetto. Puoi proporre un accordo chiaro: contributi alla vita domestica, mantenimento di ritmi compatibili con la convivenza, partecipazione a momenti di condivisione familiare.
L’importante è presentare queste richieste non come punizioni legate all’uso del telefono, ma come naturali aspettative di reciprocità tra adulti che convivono. Il focus non è “limitare lo schermo” ma “contribuire alla comunità familiare”. È una distinzione sottile ma cruciale.
Quando serve aiuto professionale
Ci sono situazioni in cui la preoccupazione segnala una problematica clinica vera che richiede supporto specialistico. I centri per le dipendenze comportamentali, sempre più diffusi, offrono valutazioni diagnostiche e percorsi terapeutici specifici. I Dipartimenti di Salute Mentale delle ASL gestiscono percorsi dedicati alle dipendenze da internet e gaming.
Proporre la terapia a un figlio adulto richiede delicatezza. Prova così: “Sono preoccupato e mi sento impotente. Sarei sollevato se parlassi con qualcuno di esperto, non per farmi un piacere, ma per avere strumenti che io non posso darti”. Questo linguaggio in prima persona comunica vulnerabilità autentica invece che giudizio o controllo.
Offrire alternative realmente attraenti
Nessuno abbandona un comportamento problematico solo perché glielo fanno notare. Serve un’alternativa altrettanto gratificante. Puoi facilitare esperienze che riconnettano tuo figlio con fonti di significato offline: proponi attività condivise senza aspettative, aiutalo a trovare opportunità lavorative o formative, facilita esperienze sociali strutturate come sport di gruppo o volontariato.
L’obiettivo non è riempirgli il tempo per distrarlo dagli schermi, ma aiutarlo a riscoprire che la vita reale può essere altrettanto, se non più, stimolante. Questo richiede pazienza, creatività e la tua disponibilità a partecipare attivamente invece di limitarti a suggerire dall’esterno.
Accompagnare un figlio giovane adulto attraverso questa difficoltà significa accettare una trasformazione profonda del tuo ruolo genitoriale: meno direttivo, più collaborativo. Significa tollerare l’ansia di non poter risolvere i problemi al posto suo, pur rimanendo presente come riferimento stabile. È forse la sfida più complessa della genitorialità, quella che richiede di lasciar andare mantenendo comunque la connessione. Non è facile, ma è l’unico modo che funziona davvero.
Indice dei contenuti
