Ecco le professioni dove l’infedeltà è statisticamente più comune, secondo la psicologia

Nessuno si sveglia al mattino pensando che la scelta della propria carriera possa influenzare la fedeltà nel matrimonio. Eppure, se dovessimo stilare una classifica delle professioni dove l’infedeltà è statisticamente più comune, i broker finanziari conquisterebbero il podio con tanto di medaglia d’oro. E no, non stiamo parlando di cliché da soap opera o leggende metropolitane raccontate al bar. Parliamo di dati concreti, raccolti da istituti di ricerca internazionali che hanno analizzato migliaia di casi reali di tradimento.

L’Institute for Family Studies negli Stati Uniti ha condotto un’analisi approfondita utilizzando il General Social Survey, un database che raccoglie informazioni su comportamenti sociali. I risultati? Gli uomini in posizioni di alto prestigio sociale come amministratori delegati, chirurghi e medici di alto livello mostrano tassi di infedeltà che si aggirano intorno al diciotto percento. Per darti un’idea, è quasi il doppio rispetto a chi svolge lavori manuali o posizioni di basso status sociale. Ma prima che tu pensi sia solo una questione di ricchi e potenti, c’è molto di più sotto la superficie.

La classifica che nessuno voleva vincere

Nel 2018, Victoria Milan, una piattaforma internazionale dedicata agli incontri extraconiugali, ha condotto un’indagine su oltre duemila utenti europei chiedendo semplicemente quale fosse la loro professione. Il risultato è una classifica che sembra uscita da un film drammatico ma è tremendamente reale.

Al primo posto troviamo broker, analisti finanziari e trader. Medaglia d’argento per piloti e assistenti di volo. Al terzo posto ci sono medici e infermieri. Subito dietro seguono manager, dirigenti, imprenditori e avvocati. Anche Ashley Madison, l’altra grande piattaforma di incontri extraconiugali finita in un mega scandalo anni fa, ha confermato pattern quasi identici analizzando i dati dei suoi milioni di utenti.

Certo, questi siti raccolgono dati da chi effettivamente cerca di tradire. Ma proprio per questo i loro dati sono più affidabili di un sondaggio anonimo dove la gente potrebbe mentire per vergogna. Quando ti iscrivi a un sito per tradire, non hai motivo di mentire sulla tua professione. È un campione viziato, ma tremendamente onesto.

Perché proprio queste professioni?

Qui diventa davvero interessante. Non è che i broker nascano con un gene del tradimento o che i piloti siano persone moralmente inferiori. Il problema è che queste professioni creano condizioni psicologiche perfette per l’infedeltà. È un po’ come vivere vicino a una pasticceria quando sei a dieta: non sei condannato a ingrassare, ma le tentazioni sono oggettivamente più forti e frequenti.

Prendiamo i broker e gli analisti finanziari. Questi professionisti lavorano sessanta, settanta ore alla settimana in ambienti dove lo stress è così alto da essere quasi tangibile. Ogni decisione può significare guadagnare o perdere milioni di euro. Tornano a casa alle dieci di sera, esausti, e devono svegliarsi alle cinque del mattino per controllare i mercati asiatici. Quando esattamente dovrebbero coltivare la loro relazione? Durante i cinque minuti in cui mangiano un panino alla scrivania?

Ma c’è un altro meccanismo più subdolo chiamato compartimentalizzazione psicologica. Suona complicato ma è semplice: questi professionisti sviluppano la capacità mentale di chiudere diverse parti della loro vita in cassetti separati. È un meccanismo di difesa utilissimo per gestire lo stress. Se ogni volta che torni a casa continuassi a pensare ossessivamente ai milioni persi in borsa quel giorno, impazziresti. Quindi il cervello impara a chiudere il cassetto del lavoro quando varchi la porta di casa.

Il problema? La stessa abilità può essere applicata alle relazioni personali. Diventa più facile creare una doppia vita mentale dove le azioni in ufficio vengono psicologicamente isolate da quelle a casa. “Quello che succede in ufficio resta in ufficio” diventa letteralmente un mantra cognitivo che giustifica comportamenti altrimenti insostenibili.

Il potere ti sale alla testa (e non solo)

C’è un elemento psicologico ancora più affascinante e inquietante: l’effetto del potere. Le ricerche su leader aziendali hanno mostrato che il potere elevato riduce l’empatia e aumenta i comportamenti impulsivi, inclusi i rischi relazionali. Non è che queste persone siano cattive, ma il potere altera la percezione di cosa puoi permetterti.

Funziona così nella pratica: sei un dirigente, centinaia di persone dipendono dalle tue decisioni, quando parli la gente prende appunti, hai un’autorità tangibile e innegabile. Questa sensazione di controllo e influenza può trasferirsi inconsciamente anche alla sfera personale. Il cervello inizia a pensare: “Se posso decidere il destino di un’azienda da cinquanta milioni, se posso gestire operazioni complesse, se tutti mi rispettano, forse le regole normali non si applicano a me”.

È lo stesso meccanismo psicologico che vediamo negli scandali politici o aziendali, ma applicato alle relazioni intime. Il potere crea una sorta di scudo psicologico che riduce l’autoconsapevolezza delle conseguenze. Non è malizia, è un effetto collaterale neurologico del potere prolungato.

Piloti e assistenti di volo: quando la tua seconda famiglia è a diecimila metri

I professionisti del settore aereo meritano un capitolo a parte perché la loro situazione è particolarmente estrema. Qui entra in gioco quello che i ricercatori chiamano bolla relazionale alternativa. Quando passi più tempo con i tuoi colleghi in hotel sparsi per il mondo che con il tuo partner a casa, il tuo cervello fa una cosa inevitabile: crea legami emotivi con le persone con cui condividi esperienze quotidiane.

Non è cattiveria o superficialità. È neurobiologia pura. Il nostro cervello è programmato per creare connessioni con le persone con cui condivide esperienze intense e prolungate. Un pilota vive in una dimensione parallela dove i colleghi diventano la famiglia de facto. Sono loro che capiscono veramente cosa significa attraversare cinque fusi orari in quarantotto ore. Sono loro con cui condividi la stanchezza, le frustrazioni, le piccole vittorie quotidiane.

Il partner a casa, per quanto amorevole e comprensivo, diventa emotivamente più distante semplicemente perché non può comprendere appieno quella realtà. E quando la comprensione emotiva si sposta da una persona all’altra, l’intimità può seguire lo stesso percorso. Non è una scusa, è una spiegazione che dovrebbe far suonare campanelli d’allarme per chiunque sia in una relazione con qualcuno che viaggia costantemente per lavoro.

Medici e infermieri: il paradosso dell’empatia professionale

Il settore sanitario presenta dinamiche particolarmente complesse e, in un certo senso, tragiche. Studi hanno mostrato che fino al ventiquattro percento delle donne medico divorziano, contro l’undici percento della popolazione generale. I turni notturni, i weekend in ospedale, la reperibilità continua già minano qualsiasi relazione. Ma c’è molto di più.

I professionisti sanitari lavorano in situazioni di altissima intensità emotiva. Salvare vite, gestire emergenze, offrire conforto a persone in momenti di vulnerabilità estrema crea connessioni umane profondissime. E qui sta il paradosso: l’empatia, quella caratteristica meravigliosa e fondamentale per essere un buon operatore sanitario, diventa un fattore di rischio relazionale.

Quando passi dieci ore al giorno a prenderti cura intensamente di altre persone, a connetterti emotivamente con pazienti e colleghi in situazioni di vita o di morte, torni a casa completamente svuotato emotivamente. Il partner che vuole raccontarti della sua giornata o che ha bisogno di attenzione può sembrare un’ulteriore richiesta invece che un rifugio. E se qualcuno al lavoro, un collega che ha vissuto le stesse emergenze, offre quella comprensione immediata senza bisogno di spiegazioni, la tentazione diventa pericolosamente forte.

Un dato interessante: le ricerche mostrano che le donne in professioni mediche ad alta pressione tendono a mostrare tassi di infedeltà più alti in alcuni contesti lavorativi rispetto agli uomini dello stesso settore. Questo suggerisce che i fattori situazionali interagiscono diversamente con i pattern relazionali maschili e femminili, probabilmente a causa di diverse aspettative sociali e modalità di gestione dello stress emotivo.

Possiamo fare qualcosa o siamo spacciati?

Respira. Leggere questi dati non significa che ogni chirurgo tradirà o che ogni pilota è inaffidabile. Sarebbe come dire che tutti quelli che lavorano in un bar diventeranno alcolisti. I fattori di rischio aumentano la probabilità statistica, non determinano il destino individuale. La stragrande maggioranza dei professionisti in queste categorie rimane fedele, costruisce relazioni solide e gestisce lo stress senza contaminare la vita sentimentale.

Quale professione pensi sia più incline all'infedeltà?
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Quello che questi studi ci offrono è consapevolezza, non condanna. Se sei un avvocato che lavora settanta ore alla settimana, sapere che la tua professione crea condizioni che aumentano la vulnerabilità relazionale non è un’accusa. È un’informazione preziosa, come sapere che hai una predisposizione al diabete: non significa che lo svilupperai sicuramente, ma che dovresti fare più attenzione.

Strategie concrete che funzionano davvero

La prima strategia si chiama trasparenza comunicativa. Quando gli orari di lavoro si allungano, quando aumentano i viaggi o le interazioni intense con colleghi, parlarne apertamente con il partner non è paranoia. È manutenzione relazionale preventiva. Una frase semplice come “Questa settimana sarò via quattro giorni, so che è dura, come possiamo restare connessi?” previene mesi di risentimenti silenziosi.

Secondo punto: confini professionali chiari. I colleghi capiscono meglio le dinamiche lavorative, è vero. Ma questo non significa che debbano diventare i confidenti emotivi primari per tutto. Condividere con un collega le frustrazioni su un progetto è normale e sano. Condividere le delusioni coniugali è attraversare una linea pericolosa. Mantenere questa distinzione non è freddezza, è protezione attiva della relazione primaria.

Terzo elemento, forse il più importante: rituali di coppia non negoziabili. Quando tutto è urgente, alla fine niente è davvero importante. I professionisti ad alta pressione devono creare spazi sacri nella relazione. Una cena settimanale senza telefoni. Un weekend al mese completamente disconnessi dal lavoro. Quindici minuti ogni sera solo per ascoltarsi davvero. Sembrano banalità, ma studi su coppie in lavori ad alto stress mostrano che questi rituali funzionano come un sistema immunitario relazionale.

Se sei il partner: cosa puoi fare senza diventare paranoico

Diciamolo: essere il partner di qualcuno in una di queste professioni può essere logorante. La linea tra essere consapevoli dei rischi e diventare una versione ossessiva di te stesso è sottilissima. Ma le ricerche psicologiche sono chiarissime su un punto: il controllo ossessivo e la gelosia patologica non prevengono l’infedeltà. Spesso la accelerano. Creare un clima di sospetto costante spinge l’altro esattamente verso quella bolla relazionale alternativa che volevi evitare.

L’approccio più efficace è quello che gli esperti chiamano fiducia verificabile. Non è fiducia cieca dove dici “fai quello che vuoi, mi fido ciecamente”. Non è nemmeno controllo totale dove controlli il telefono ogni sera. È costruire insieme un sistema di trasparenza reciproca che rassicura entrambi senza soffocare nessuno. Condividere calendari. Fare check-in spontanei durante la giornata. Parlare delle relazioni lavorative in modo naturale.

Un partner consapevole capisce anche una cosa fondamentale: quando l’altro torna a casa dopo dodici ore di turno in ospedale o una settimana di trasferte, ha bisogno di decompressione prima di essere emotivamente disponibile. Pretendere intimità immediata quando l’altro è esausto crea frustrazione per entrambi. Molto meglio dire “Ti preparo una doccia calda e tra mezz’ora ci vediamo per raccontarci la giornata” che “Finalmente sei a casa, dobbiamo parlare subito di noi”.

Quando il lavoro diventa rifugio

C’è un aspetto che gli studi raramente sottolineano ma che vale oro: a volte la dinamica funziona al contrario. Non è il lavoro che danneggia la relazione, ma una relazione già fragile che spinge a rifugiarsi nel lavoro. Quando tornare a casa significa affrontare conflitti irrisolti, silenzi carichi di tensione o un partner emotivamente distante, l’ufficio con i suoi problemi concreti e risolvibili diventa paradossalmente più confortevole.

È più facile restare fino a tardi a sistemare un bilancio che affrontare il fatto che non parli davvero con tuo marito da settimane. È più gratificante ricevere apprezzamento da un paziente che tornare da un partner che sembra notare solo cosa non hai fatto. Questo meccanismo crea un circolo vizioso micidiale: più il lavoro diventa rifugio, più la relazione si deteriora, più si cerca rifugio nel lavoro.

I segnali di allarme da non ignorare

Esistono campanelli d’allarme precisi che indicano quando una situazione professionale sta minando la relazione. Il primo è la segretezza crescente. Se improvvisamente il telefono diventa off-limits, se le trasferte aumentano senza spiegazioni dettagliate, se i nomi dei colleghi che prima venivano citati naturalmente ora spariscono dalle conversazioni, qualcosa si sta spostando.

Secondo segnale: confronto implicito. Frasi come “Il mio collega capisce queste cose” o “Con i miei colleghi non devo spiegare tutto” sono apparentemente innocue ma rivelano un confronto mentale in corso. Quando il partner inizia a misurare la relazione domestica usando come metro quella lavorativa, la bolla relazionale alternativa si sta consolidando pericolosamente.

Terzo indicatore: investimento emotivo sproporzionato. Tornare a casa e parlare per un’ora dei colleghi è normale. Tornare a casa e parlare quasi esclusivamente di un collega specifico, citandone opinioni, gusti personali, battute interne, significa che quella persona occupa uno spazio mentale ed emotivo significativo. E l’intimità emotiva precede quasi sempre quella fisica.

Il messaggio vero dietro i numeri

Quello che questi dati ci stanno urlando non è “evita di sposare un medico” o “scappa da chi lavora nella finanza”. Il messaggio reale è molto più sottile e utile: alcune professioni richiedono un investimento relazionale più consapevole e strategico. Proprio come un atleta professionista deve curare l’alimentazione più meticolosamente di chi fa vita sedentaria, chi vive una professione ad alto rischio relazionale deve curare la coppia con maggiore intenzionalità.

Non è romantico? Forse no. L’idea che l’amore vero dovrebbe essere spontaneo e senza sforzo è poetica ma completamente irrealistica. Le relazioni che durano decenni sono quelle dove entrambi i partner riconoscono le sfide specifiche della loro situazione e si attrezzano di conseguenza. Se la tua professione ti espone a fattori di rischio, ignorarli non li fa sparire magicamente. Riconoscerli ti permette di contrastarli efficacemente.

La buona notizia, quella vera, è che la consapevolezza è già metà della soluzione. Sapere che i tuoi turni notturni creano disconnessione ti motiva a pianificare momenti di qualità quando sei libero. Sapere che i viaggi frequenti possono creare distanza emotiva ti spinge a mantenere comunicazioni quotidiane significative. Sapere che il potere può alterare la percezione ti rende più umile e attento alle conseguenze delle tue azioni.

Alcune professioni creano condizioni che statisticamente aumentano la vulnerabilità all’infedeltà. Ma questo non significa che chi le esercita sia condannato a tradire o essere tradito. I fattori situazionali sono reali e misurabili. I meccanismi psicologici sono ben documentati. Ma tra questi fattori e l’infedeltà effettiva c’è uno spazio enorme dove operano le scelte individuali, i valori personali, l’investimento consapevole nella relazione. Quello spazio è dove si gioca davvero la partita. È lì che un chirurgo può scegliere di mandare un messaggio affettuoso al partner tra un intervento e l’altro. È lì che un’assistente di volo può decidere di videochiamare la famiglia invece di andare a bere con l’equipaggio. È lì che un dirigente può riconoscere che il potere professionale non gli dà carta bianca negli altri ambiti della vita. Anche nelle professioni più a rischio, la fedeltà resta una scelta possibile, consapevole e quotidiana.

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