La NASA lo usa da 40 anni contro gli inquinanti in casa: il trucco del Clorofito che nessuno ti ha mai spiegato

Quando si parla di migliorare la qualità dell’aria in casa, molti pensano immediatamente a costosi purificatori elettrici o complessi sistemi di ventilazione. Eppure, da decenni ormai, esiste un interesse crescente verso soluzioni più naturali e accessibili. Tra queste, il Clorofito (Chlorophytum comosum) è diventato oggetto di studio e curiosità, complici alcune ricerche condotte negli anni Ottanta dalla NASA che hanno acceso i riflettori sulle potenzialità delle piante da interno come strumenti per ridurre la presenza di inquinanti domestici. Questa pianta dalle foglie strette e ricadenti, conosciuta anche come “pianta mangiafumo” o “pianta ragno”, è presente in moltissime case. Spesso la si trova appesa in un angolo del soggiorno o relegata a semplice elemento decorativo. Ma quello che molti ignorano è che il suo ruolo potrebbe andare ben oltre l’estetica.

In ambienti chiusi come le nostre abitazioni, la concentrazione di sostanze volatili può raggiungere livelli significativi. Dalle cucine dove si frigge e si cuoce, ai bagni con poca ventilazione, fino agli spazi dove vivono animali domestici, le fonti di odori sgradevoli e composti organici volatili sono numerose e costanti. Proprio in questo contesto, capire come ottimizzare la presenza di una pianta comune può fare la differenza tra un gesto simbolico e un intervento concreto.

Da dove nasce l’attenzione scientifica

Alla fine degli anni Ottanta, i ricercatori Wolverton e McDonald, presso i NASA National Space Technology Labs, condussero una serie di esperimenti per valutare la capacità di diverse piante da interno di assorbire inquinanti chimici presenti nell’aria. L’obiettivo era identificare soluzioni naturali per purificare l’aria nelle stazioni spaziali, ambienti chiusi per eccellenza. Nel NASA Clean Air Study, il Clorofito emerse tra le specie più promettenti per la rimozione di sostanze come la formaldeide, un composto organico volatile che si trova comunemente in colle, vernici, mobili industriali e alcuni detergenti.

Successivamente, altre ricerche scientifiche hanno approfondito il tema. È importante però sottolineare che questi studi sono stati condotti in condizioni controllate di laboratorio, con volumi d’aria ridotti e concentrazioni di inquinanti monitorate costantemente. Questo non significa che il Clorofito non possa svolgere un ruolo utile nelle case reali, ma ci invita a essere realistici sulle aspettative e a comprendere che il suo contributo dipende moltissimo dalle modalità di utilizzo.

Come agisce il Clorofito sull’aria

Il meccanismo d’azione del Clorofito non ha nulla a che vedere con quello di un deodorante per ambienti. Si tratta invece di un processo biologico continuo. Le foglie della pianta sono dotate di stomi, piccoli pori attraverso cui avviene lo scambio gassoso necessario alla fotosintesi. Attraverso questi stomi, il Clorofito può assorbire dall’aria circostante non solo anidride carbonica, ma anche altre molecole presenti in sospensione.

Tra le sostanze su cui il Clorofito sembra agire con maggiore efficacia troviamo la Clorofito rimuove formaldeide, e in misura minore il monossido di carbonio. Ma c’è un altro aspetto interessante: la pianta mostra affinità anche per molecole organiche volatili associate a odori domestici comuni, come quelli derivanti dai fumi di cottura o dalle deiezioni animali.

L’assorbimento avviene sia a livello fogliare che radicale. Le molecole catturate vengono in parte metabolizzate dalla pianta stessa, in parte immagazzinate nel substrato del vaso, dove i microrganismi presenti nel terreno contribuiscono alla loro degradazione. Questo sistema biologico funziona in modo costante, sia di giorno che di notte, grazie al metabolismo della pianta e alla sua elevata capacità traspirativa. Perché questo processo possa avvenire efficacemente, la pianta deve entrare in contatto con l’aria inquinata. E questo ci porta direttamente al cuore della questione: il posizionamento.

Il posizionamento strategico cambia tutto

Molte persone acquistano un Clorofito, lo mettono in un angolo del salotto e si aspettano che “faccia il suo lavoro”. In realtà, senza un posizionamento ragionato, la pianta rimane poco più di un ornamento. L’aria non è statica: si muove per convezione, per differenze di temperatura, per apertura di finestre e porte. Se il Clorofito è collocato in un punto dove l’aria non circola, la sua capacità di intercettare le sostanze volatili sarà praticamente nulla.

Un errore frequente è posizionare la pianta troppo vicino alla fonte dell’odore. Le concentrazioni elevate di sostanze irritanti, il calore diretto o l’umidità eccessiva possono stressare la pianta. In cucina, è consigliabile collocare il Clorofito su una mensola laterale rispetto al fornello, vicino a una finestra o in un punto dove l’aria circola naturalmente. In bagno, una posizione elevata, come uno scaffale sopra il WC, può essere ideale. Nel caso di ambienti con lettiere per animali, la pianta andrebbe collocata a una distanza di almeno mezzo metro, in alto, possibilmente dove un flusso d’aria possa trasportare le molecole odorose verso di essa.

La densità è fondamentale

Un singolo Clorofito in una stanza di medie dimensioni ha un impatto limitato. Per ottenere un effetto misurabile sulla qualità dell’aria, occorrerebbe almeno una pianta ogni 9-10 metri quadrati. Questo significa che in un appartamento di 70 metri quadrati, per avere un sistema di purificazione naturale efficace, sarebbero necessarie almeno 7-8 piante ben distribuite. Questa informazione cambia radicalmente la prospettiva: non si tratta di avere “una piantina carina”, ma di concepire la presenza vegetale come un vero e proprio sistema decentralizzato di filtraggio biologico.

Cura delle foglie: il dettaglio critico

Anche il miglior posizionamento perde efficacia se le foglie del Clorofito non sono in condizioni ottimali. Le foglie ricoperte di polvere vedono ridotta la loro capacità traspirativa anche del 30-40%. Pulire le foglie con un panno in microfibra leggermente umido ogni due settimane è essenziale. Nebulizzare acqua priva di calcare ogni 3-4 giorni aiuta a mantenere aperti gli stomi e favorisce l’assorbimento delle molecole presenti nell’aria. L’umidità ambientale gioca un ruolo importante: in ambienti troppo secchi, la pianta tende a chiudere gli stomi per evitare la disidratazione, riducendo così la sua attività depurativa.

Le punte marroni sulle foglie indicano spesso che l’acqua è troppo ricca di sali o che l’umidità è insufficiente. Tagliare le punte secche con forbici pulite e spostare la pianta in una zona più umida può ripristinare la piena funzionalità fogliare. Anche la scelta del fertilizzante è rilevante: meglio preferire fertilizzanti equilibrati, con rapporti NPK come 4-4-4, che sostengono la pianta senza squilibrarne la fisiologia.

Errori da evitare

Ci sono alcuni errori comuni che trasformano il Clorofito da potenziale alleato a semplice soprammobile. Uno di questi è l’uso di vasi troppo piccoli: un apparato radicale compresso non può svilupparsi adeguatamente. Un altro errore è spostare continuamente la pianta. Ogni volta che viene cambiata la sua collocazione, il Clorofito deve riadattarsi alle nuove condizioni, interrompendo temporaneamente l’attività depurativa. L’esposizione diretta a fonti di calore come fornelli o stufe è critica: le alte temperature disidratano rapidamente le cellule fogliari. Infine, lasciare il Clorofito senza annaffiatura per oltre 10 giorni lo porta a entrare in una modalità di sopravvivenza, bloccando quasi completamente l’attività traspirativa.

Vantaggi concreti e realismo

A differenza dei dispositivi elettronici per la purificazione dell’aria, il Clorofito non produce rumore, non consuma energia e continua a operare anche di notte. Inoltre, contribuisce ad aumentare l’umidità relativa dell’ambiente. È vero che l’efficacia non è paragonabile a quella di un purificatore d’aria elettrico dotato di filtri HEPA, specialmente in ambienti molto inquinati. Tuttavia, come strumento complementare, il Clorofito offre vantaggi pratici e resilienza nel tempo, senza necessità di sostituire filtri.

Il Clorofito non è una soluzione miracolosa, né può sostituire una buona ventilazione o l’apertura regolare delle finestre. Però, quando inserito in un contesto di gestione consapevole della qualità dell’aria domestica, può rappresentare un contributo concreto. La pianta non maschera gli odori: li metabolizza. Non elimina istantaneamente gli inquinanti, ma li riduce progressivamente.

Usare il Clorofito come strumento di supporto per migliorare la qualità dell’aria indoor è più di una scelta estetica. È un intervento pratico, fondato su osservazioni scientifiche, che può essere facilmente replicato a casa con un minimo di attenzione e cura. Qualche pianta ben posizionata, pulita regolarmente e curata con costanza può trasformare un ambiente domestico rendendolo non solo più verde, ma anche più salubre.

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