Cosa significa se una persona pubblica continuamente selfie sui social network, secondo la psicologia?

Aprire Instagram e vedere il feed invaso dai selfie di quella stessa persona è diventata un’esperienza quotidiana per molti di noi. Allo specchio del bagno, durante l’allenamento, davanti al caffè, al tramonto, in macchina mentre aspetta al semaforo. Ogni. Singolo. Giorno. E se è capitato anche a te di chiederti cosa diavolo stia succedendo nella testa di chi trasforma il proprio volto in un contenuto seriale, sei nel posto giusto. Perché la psicologia ha qualcosa da dire su questo fenomeno, e la risposta è molto più interessante di un semplice “è narcisista”.

Il comportamento di postare selfie in modo compulsivo non è solo una moda passeggera o un capriccio da millennial. Gli psicologi lo studiano seriamente da anni, e hanno scoperto che dietro ogni autoritratto condiviso si nasconde un cocktail di bisogni emotivi, meccanismi neurochimici e dinamiche sociali che meritano di essere svelati. Quindi, prima di scrollare gli occhi alla prossima foto “just woke up like this”, forse vale la pena capire cosa sta davvero succedendo.

Benvenuti nell’Era della Selfite: Sì, È una Cosa Vera

Iniziamo con una notizia che suona assurda ma è assolutamente vera: esiste un termine scientifico per descrivere l’ossessione di pubblicare selfie. Si chiama selfitis, e no, non è una battuta inventata da qualche blogger annoiato. Nel 2014, due ricercatori di nome Balakrishnan e Griffiths hanno pubblicato uno studio sul International Journal of Mental Health and Addiction dove hanno definito la selfitis come l’ossessiva tendenza a scattare e pubblicare autoritratti sui social media.

Ma la parte davvero interessante è che questi ricercatori hanno identificato tre livelli di gravità. C’è il livello borderline, dove una persona pubblica almeno tre selfie al giorno. Poi c’è il livello acuto, con sei selfie quotidiani. E infine arriviamo al livello cronico, dove si sfornano almeno nove selfie al giorno. Nove. Se stai facendo i conti e ti stai rendendo conto di essere nel territorio “acuto”, respira: non significa che hai un disturbo mentale certificato.

Infatti, ed è fondamentale chiarirlo subito, la selfitis non è riconosciuta come disturbo ufficiale nel DSM-5, il manuale che gli psichiatri usano per diagnosticare i disturbi mentali. Quindi nessuno ti prescriverà una terapia solo perché hai postato quattro foto oggi. Ma questo non significa che il fenomeno sia privo di significato psicologico. Anzi, è proprio il contrario.

Il Narcisismo Che Non Ti Aspetti

Quando pensiamo a qualcuno che posta selfie continuamente, la prima parola che ci viene in mente è “narcisista”. E in effetti, la ricerca scientifica ha trovato una connessione tra selfie frequenti e tratti narcisistici. Ma attenzione, perché non stiamo parlando del narcisismo hollywoodiano fatto di ego smisurato e sicurezza spavaldissima.

Gli studi più recenti, come quello pubblicato da Chen e colleghi nel 2018 sulla rivista Computers in Human Behavior, hanno identificato un tipo specifico di narcisismo collegato ai selfie: il narcisismo vulnerabile. Questo è completamente diverso dal narcisismo “grandioso” che tutti conosciamo. Le persone con narcisismo vulnerabile non sono sicure di sé e arroganti. Al contrario, hanno una bassa autostima e cercano disperatamente validazione esterna attraverso l’approvazione degli altri.

Chi pubblica selfie con frequenza elevata spesso mostra una buona autostima di base in superficie, ma nasconde una fragilità emotiva sottostante. È come avere una bella vernice lucida su un muro che ha delle crepe nascoste. Dall’esterno sembrano sicuri, forse anche un po’ egocentrici, ma scavando più a fondo emerge un bisogno costante di conferme esterne per sentirsi validi.

E qui entra in gioco un concetto cruciale: l’autostima contingente. Invece di avere un senso stabile del proprio valore che viene da dentro, queste persone costruiscono la loro autostima su fattori esterni e instabili come il numero di like, i commenti positivi e le reazioni degli altri. È come costruire una casa sulla sabbia: finché il mare è calmo va tutto bene, ma basta una piccola onda per far vacillare tutto.

I Due Motori Nascosti: Autopresentazione e Appartenenza

Ma il narcisismo vulnerabile è solo una parte della storia. Nel 2020, un gruppo di ricercatori guidati da Boursier ha pubblicato uno studio fondamentale che ha identificato le due motivazioni principali dietro il fenomeno dei selfie ossessivi: l’autopresentazione strategica e il bisogno di appartenenza sociale.

L’autopresentazione è un concetto che viene dalla psicologia sociale e che il sociologo Erving Goffman ha teorizzato già nel 1959. L’idea di base è che tutti noi, costantemente, gestiamo l’immagine che presentiamo agli altri. Lo facciamo quando scegliamo cosa indossare, come parlare, come comportarci in diverse situazioni. È normale, è umano, è inevitabile. I social media hanno semplicemente amplificato questo meccanismo in modo esponenziale.

Con i selfie, hai un controllo totale sulla tua immagine. Puoi scattare venti foto e scegliere quella dove il tuo viso è perfettamente angolato, la luce ti illumina nel modo giusto e i tuoi occhi sembrano più grandi. Puoi applicare filtri, modificare le imperfezioni, creare letteralmente la versione migliore di te stesso. È come essere il regista, l’attore e il montatore della tua vita digitale, tutto in uno.

Il secondo motore è il bisogno di appartenenza. Come esseri umani, siamo animali sociali. Abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa di più grande, di essere accettati dal gruppo, di avere connessioni significative. Secondo gli studi di Nadkarni e Hofmann del 2012 pubblicati sul Journal of Personality and Social Psychology, i social media soddisfano esattamente questi bisogni fondamentali. Quando posti un selfie e le persone interagiscono, ti senti connesso, visto, parte di una comunità.

Questi due bisogni non sono patologici in sé. Vogliamo tutti mostrare la versione migliore di noi stessi e sentirci parte di qualcosa. Il problema nasce quando questi bisogni diventano l’unica fonte del nostro valore personale.

La Trappola della Dopamina: Come il Tuo Cervello Ti Frega

Ed eccoci arrivati alla parte neuroscientifico-chimica della faccenda, quella che spiega perché è così dannatamente difficile smettere di controllare quanti like ha ricevuto il tuo ultimo selfie. La colpevole? La dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa.

Ogni volta che pubblichi un selfie e inizi a ricevere notifiche di like, cuoricini e commenti positivi, il tuo cervello rilascia una scarica di dopamina. È la stessa sostanza chimica che viene rilasciata quando mangi il tuo cibo preferito, quando vinci a una slot machine o quando ricevi un complimento inaspettato. Ti fa sentire bene, euforico, gratificato.

Il problema è che il cervello è incredibilmente bravo a creare associazioni. Dopo qualche ripetizione, inizia a collegare l’azione di postare un selfie con la ricompensa dopaminergica che arriva subito dopo. E boom: hai creato un ciclo di rinforzo comportamentale. È lo stesso meccanismo che sta dietro a moltissime dipendenze comportamentali, dal gioco d’azzardo al controllo ossessivo dello smartphone.

Nadkarni e Hofmann hanno documentato come questo ciclo possa effettivamente migliorare l’autostima e l’umore nel breve termine. Ricevi validazione, ti senti meglio, la tua giornata migliora. Sembra fantastico, no? Il rovescio della medaglia, però, è devastante: quando i like non arrivano come ti aspettavi, quando un selfie “performa male”, l’effetto sul tuo umore può essere drammatico. Improvvisamente ti senti rifiutato, inadeguato, invisibile.

Questo ciclo di dipendenza da validazione esterna è particolarmente forte nelle persone con bassa autostima che usano i selfie per migliorare la propria posizione nel gruppo sociale. Il risultato è che la pubblicazione compulsiva di autoritratti diventa un modo per automedicare un bisogno emotivo più profondo di attenzione e inclusione.

Quando Dovresti Iniziare a Preoccuparti

Ora, prima che tu cancelli tutti i tuoi selfie in preda al panico, facciamo un passo indietro. Postare selfie non è automaticamente un problema. La stragrande maggioranza delle persone condivide autoritratti in modo sano e bilanciato. La questione diventa problematica quando il comportamento diventa compulsivo e inizia a interferire con il tuo benessere psicologico.

Quante volte al giorno è troppo per un selfie?
3 o più
6 o più
9 o più
Mai troppi
Dipende dal motivo

Ecco alcuni segnali che dovrebbero farti riflettere:

  • Se controlli ossessivamente quanti like ha ricevuto il tuo selfie, aggiornando la pagina ogni trenta secondi per le prime ore dopo la pubblicazione
  • Se il tuo umore dell’intera giornata dipende direttamente da quanto bene ha performato il tuo ultimo post
  • Se smetti di vivere i momenti perché sei troppo concentrato a documentarli
  • Se vai a una cena con gli amici ma passi metà del tempo a scattare selfie da angolazioni diverse invece di goderti la conversazione

Come evidenziato dagli studi sulla psicologia digitale, quando l’autopresentazione diventa troppo curata e costante, si crea un divario pericoloso tra il tuo io digitale perfetto e il tuo io reale imperfetto.

Yang e colleghi hanno pubblicato nel 2021 una meta-analisi su Computers in Human Behavior che collega l’uso eccessivo dei social media a distress psicologico, ansia e inadeguatezza. Il meccanismo è chiaro: più tempo passi a curare una versione ideale di te stesso online, più il tuo sé reale ti sembra deludente per contrasto.

Il Lato Positivo Che Nessuno Ti Racconta

Ma non tutto è nero in questo quadro digitale. Sarebbe disonesto e scorretto dipingere i selfie solo come un comportamento problematico, perché la ricerca scientifica ha anche documentato effetti positivi significativi.

Uno studio del 2017 condotto da Holland e Haslam e pubblicato sulla rivista Body Image ha esaminato l’impatto dei selfie sull’immagine corporea e sull’umore. I risultati sono stati sorprendenti: i partecipanti che scattavano selfie positivi mostravano un miglioramento misurabile dell’umore e dell’immagine corporea, specialmente quelli che partivano da una bassa autostima iniziale.

Per molte persone, condividere autoritratti è un modo genuino e sano di esprimersi, di documentare la propria crescita personale nel tempo, di celebrare traguardi importanti e di mantenere connessioni sociali significative anche a distanza. Durante la pandemia, ad esempio, i selfie sono diventati per milioni di persone un modo cruciale per sentirsi meno isolati e mantenere un senso di normalità sociale.

Alcuni psicologi hanno anche osservato che per certe persone con problemi di immagine corporea, l’esposizione graduale e controllata attraverso i selfie può funzionare come una forma di terapia di esposizione. Scattare e condividere foto di sé stessi, ricevendo feedback positivo, può aiutare a ricalibrare percezioni distorte del proprio aspetto.

La chiave di tutto, come sempre in psicologia, è la consapevolezza. Quando sei consapevole delle tue motivazioni reali, quando mantieni un rapporto equilibrato con la validazione esterna e non permetti che i like determinino il tuo valore come persona, i selfie diventano semplicemente uno strumento di comunicazione come un altro. Né meglio né peggio di una telefonata o di una lettera scritta a mano.

La Differenza Tra Espressione Sana e Ricerca Compulsiva

Allora, come distinguere tra un uso sano dei selfie e un comportamento problematico? Balakrishnan e Griffiths hanno proposto quelle soglie numeriche di cui parlavamo prima, ma la quantità da sola non racconta tutta la storia. Due persone possono postare lo stesso numero di selfie con motivazioni completamente diverse.

Uno studio del 2018 di Sun e colleghi pubblicato su Personality and Individual Differences ha confermato che quando il comportamento diventa compulsivo, spesso nasconde bisogni più profondi: bassa autostima cronica, ricerca disperata di attenzione o il tentativo di migliorare artificialmente la propria posizione sociale. In questi casi, i selfie non sono più un modo per condividere momenti, ma diventano una strategia compensatoria per gestire insicurezze non elaborate.

La domanda fondamentale da porsi è questa: i tuoi selfie sono un’espressione di chi sei veramente, o sono un tentativo di costruire una versione alternativa di te stesso che serve a nascondere ciò che non ti piace? Se la risposta onesta è la seconda, probabilmente c’è del lavoro interiore da fare che nessun filtro Instagram potrà mai sostituire.

Cosa Fare Se Ti Riconosci in Questo Pattern

Se leggendo questo articolo hai sentito quel brivido scomodo del riconoscimento, non entrare nel panico. La consapevolezza è sempre il primo passo verso qualsiasi cambiamento positivo, e rendersi conto che il proprio rapporto con i selfie potrebbe essere problematico è già un segnale di maturità psicologica.

Gli esperti suggeriscono di iniziare con una pausa consapevole. Uno studio randomizzato controllato del 2022 condotto da Lambert e colleghi e pubblicato sul Journal of Experimental Psychology ha dimostrato che anche solo una pausa di ventiquattro ore dai social media riduce significativamente i livelli di ansia e quella sensazione di FOMO che tutti conosciamo. Non serve cancellare gli account o fare gesti drastici: inizia semplicemente con non postare per una settimana e osserva cosa succede dentro di te.

Ti senti ansioso? Irrequieto? Oppure provi un senso di liberazione e sollievo? Qualunque sia la risposta, ti darà informazioni preziose sul tuo rapporto reale con la validazione digitale.

Il passo successivo è lavorare sulla tua autostima in modi che non coinvolgano affatto la validazione esterna. Hobby che pratichi solo per te stesso, relazioni faccia a faccia che non finiscono su nessuno schermo, obiettivi personali che nessuno deve “likare” per essere validi. L’idea è costruire quella fondamenta solida di autostima intrinseca che gli psicologi considerano la base di una salute mentale robusta.

E se il problema sembra più grande di quanto tu possa gestire da solo? Non c’è assolutamente nulla di male nel cercare l’aiuto di un professionista della salute mentale. Una meta-analisi del 2023 condotta da Wegmann e colleghi e pubblicata su Clinical Psychology Review ha confermato che la terapia cognitivo-comportamentale è particolarmente efficace nel trattare le dipendenze comportamentali legate ai social media, inclusa la pubblicazione compulsiva di selfie.

Il Verdetto: Dipende Tutto dal Perché

Quindi, cosa significa veramente quando una persona pubblica continuamente selfie sui social network? La risposta onesta è: dipende. Dipende dalla motivazione sottostante, dalla relazione che quella persona ha con la validazione esterna, dal grado di consapevolezza con cui usa questo strumento digitale.

Non esiste una soglia magica oltre la quale sei automaticamente “malato” o problematico. Tre selfie al giorno possono essere completamente sani per una persona che li usa come espressione genuina di sé, mentre un solo selfie alla settimana può essere problematico se dietro c’è un’ansia paralizzante sul giudizio altrui e ore passate a scegliere la foto perfetta.

La psicologia ci insegna che dietro ogni comportamento ripetitivo c’è un bisogno. Il bisogno di essere visti, di sentirsi parte di una comunità, di ricevere conferme sul proprio valore sono tutti bisogni umani legittimi e universali. Non c’è niente di sbagliato nel volere queste cose. La domanda cruciale è: i selfie sono davvero il modo più sano ed efficace per soddisfarli, o stanno diventando una stampella digitale che ti impedisce di affrontare qualcosa di più profondo?

La prossima volta che vedrai qualcuno postare l’ennesimo selfie della giornata, forse invece di giudicare potresti riconoscere in quel comportamento un bisogno molto umano di connessione e validazione. E se quella persona sei tu, forse è arrivato il momento di chiederti con onestà: sto condividendo chi sono veramente, o sto cercando di riempire un vuoto che nessun numero di like potrà mai colmare? Non c’è una risposta giusta o sbagliata, solo quella vera per te. E trovarla richiede il tipo di coraggio che nessun filtro può aggiungere: il coraggio di guardarsi davvero, senza schermi di mezzo.

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